La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiuso la partecipazione italiana al vertice NATO di Ankara rivendicando un approccio “sostenibile” sugli impegni di spesa per la difesa e delineando la posizione di Roma sulla crisi in corso tra Stati Uniti e Iran. Nella conferenza stampa di chiusura del summit, mercoledì 8 luglio, Meloni ha definito l’Alleanza Atlantica “unita, consapevole delle sfide che ha di fronte, determinata a rafforzarsi”.
Sul fronte della spesa militare, la premier ha ribadito la volontà di rispettare gli impegni assunti in sede NATO, ma “stabilendo noi i tempi, i modi e le priorità in base al contesto”. Italia si è presentata al vertice con un investimento pari al 2,8% del PIL in difesa e sicurezza, a fronte del nuovo obiettivo alleato del 5% da raggiungere entro il 2035.
Il vertice e l’obiettivo del 5% del PIL
Il summit di Ankara, che ha riunito il 7 e l’8 luglio i capi di stato e di governo dei 32 paesi membri compreso il presidente statunitense Donald Trump, ha confermato il target fissato per gli alleati: il 5% del PIL in spesa per la difesa e la sicurezza entro il 2035, di cui 3,5 punti di spesa militare in senso stretto e 1,5 punti di spesa correlata. Il segretario generale Mark Rutte ha chiesto ai paesi membri piani “chiari, concreti e credibili” per raggiungere l’obiettivo, ricordando che gli alleati europei e il Canada investono già in media intorno al 4% del PIL.
Meloni ha collegato l’aumento della spesa alla ricaduta industriale interna, sostenendo che le risorse destinate alla difesa debbano restare nel sistema produttivo nazionale, tra fabbriche, ricerca e territori, per generare lavoro qualificato oltre che sicurezza, invece di tradursi in acquisti dall’estero.
Sul piano operativo, la premier ha ricordato il contributo italiano ai teatri dell’Alleanza, che vede l’Italia schierare quasi 3.000 militari nelle principali missioni NATO: il contingente più numeroso in termini assoluti tra i paesi membri. Nel corso del vertice Meloni ha avuto anche un incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, prima della conferenza stampa conclusiva del pomeriggio.
La crisi in Iran e lo stretto di Hormuz
Sulla crisi tra Stati Uniti e Iran, Meloni ha rivendicato una linea “molto chiara” tenuta sin dall’inizio del conflitto: l’Italia rispetta i propri impegni di alleata, ma non ha preso parte agli attacchi contro l’Iran. Sullo stretto di Hormuz, la premier si è detta disponibile a un contributo italiano, “pur nella cornice che abbiamo già indicato e con i necessari passaggi parlamentari”, specificando che la disponibilità resta condizionata dalle “ultime pessime notizie” sull’evoluzione della crisi.
Interpellata sulle dichiarazioni di Rutte, secondo cui l’offensiva statunitense della notte precedente contro l’Iran sarebbe stata necessaria, Meloni ha preso le distanze da un giudizio netto, dicendo di non essere stata al tavolo dei negoziati e di non poter valutare quanto margine ci fosse per proseguire la trattativa. Nella stessa giornata i mercati hanno scontato l’aggravarsi della crisi: il petrolio è salito a New York fino a 73,73 dollari al barile, Wall Street ha aperto in calo e le principali borse europee, tra cui Milano, hanno chiuso in ribasso.
La coalizione post Unifil e gli aiuti all’Ucraina
Meloni ha inoltre confermato che il governo sta lavorando a una proposta di coalizione per il dopo missione Unifil in Libano, con un’interlocuzione già avviata con la Francia a livello di sherpa e tecnici e un confronto con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. L’obiettivo, secondo la premier, è presentare la proposta prima della scadenza del mandato della missione ONU.
Sul sostegno militare a Kyiv, Meloni ha detto di aspettarsi che l’Italia prosegua gli aiuti all’Ucraina, con il ministro della Difesa Guido Crosetto impegnato in una valutazione in tal senso.
Il rapporto con Trump
Nel corso della conferenza stampa Meloni è stata interpellata anche sul recente messaggio pubblicato da Donald Trump nei suoi confronti, tema su cui la premier ha rinviato a quanto già dichiarato in precedenza, dicendo di non voler tornare sull’argomento. Alla domanda se rimpianga l’investimento politico fatto sul rapporto personale con il presidente statunitense, Meloni ha risposto di non pentirsi di nulla di quanto fatto finora.
La premier ha collocato quella scelta in una cornice più ampia, definendola una strategia non legata alla sola presidenza Trump ma applicata a tutti i suoi interlocutori internazionali, motivata dalla convinzione della necessità di rafforzare l’unità occidentale. Meloni ha citato alcune affinità con l’amministrazione statunitense, dall’immigrazione alla critica della cosiddetta cultura woke, pur rivendicando una linea di politica estera autonoma, definita come frutto dell’interesse nazionale italiano ed europeo piuttosto che di un allineamento acritico a Washington.

